Walter Bonatti

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Biografia Walter Bonatti

Biografia Walter Bonatti

Walter Bonatti è un alpinista, esploratore e giornalista italiano.
Walter Bonatti inizia la sua attività sportiva facendo il ginnasta nella gloriosa società monzese Forti e Liberi.

Compie le sue prime scalate sulle Prealpi lombarde nel 1948, ma già dall'anno successivo inizia un susseguirsi di imprese dalle difficoltà estreme, cercando soluzioni ai problemi alpinistici dell'epoca e spostando sempre più avanti i limiti dell'umanamente possibile.

Nel 1949 Walter Bonatti ripete le vie aperte da Detassis nelle Dolomiti (seconda ripetizione), da Cassin sulla parete nord delle Grandes Jorasses (sperone Walker con l'amico Andrea Oggioni) e sulla parete nord-ovest del Pizzo Badile.

Nel 1950 tenta la sua prima grande impresa: la parete est del Grand Capucin, un superbo obelisco di granito rosso ancora inviolato nel gruppo del Monte Bianco. Il 24 luglio parte alla volta di quella guglia di 400 m di splendido granito, insieme con il monzese Camillo Barzaghi, ma una violenta tormenta li fa desistere dopo solo poche decine di metri e sono costretti a bivaccare vicino al Rifugio Torino, in quanto quest'ultimo è troppo costoso per le loro tasche. Dopo tre settimane riprova la scalata, questa volta con Luciano Ghigo, che ha casualmente incontrato nello stesso campeggio in fondovalle. Ma anche in questa occasione, dopo i primi tre giorni di bivacchi in parete, il tempo si guasta e una violenta tempesta di neve, complice un muro liscio e verticale di 40 m da superare, li costringe a una ritirata lunga e difficile per le condizioni in cui avviene. La conquista viene rimandata.

Nel 1951 ritenta con Luciano Ghigo il Grand Capucin. È il 20 luglio. Questa volta due giorni bastano per coprire quanto scalato l'anno precedente in tre giorni e anche il muro verticale di 40 m viene superato. Ma ancora una volta il tempo volge al peggio e sono costretti a un ulteriore bivacco in parete, appesi alle corde, in mezzo alla tempesta. Il giorno seguente giungono in cima e riusciranno a raggiungere il Rifugio Torino solo la notte seguente, in mezzo alla tempesta. È la prima volta che una via porta il nome di Bonatti. La via è d'importanza storica, in quanto Bonatti applica, per la prima volta in alta montagna, le tecniche d'arrampicata artificiale. I festeggiamenti che seguono la riuscita di quest'altra impresa però durano poco: la madre di Walter, infatti, muore per la gioia della vittoria del figlio.

Nel 1952 è la volta dell'Aiguille Noire de Peuterey per la cresta sud, con Roberto Bignami.
Richiamato alle armi, è in prima istanza assegnato alla Scuola Motorizzazione della Cecchignola. In seguito alle sue proteste, viene riassegnato al 6º Reggimento alpini; qui frequenta numerosi corsi di alpinismo, che gli fruttano un ottimo allenamento.

Nel 1953 compie la prima invernale alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo e la prima invernale alla Cima Ovest. Poco prima della fine dell'inverno, con Bignami, in due giorni di scalata, raggiunge la vetta del Cervino aprendo una variante direttissima lungo gli strapiombi della cresta del Fürggen. In estate, sempre con Bignami, compie delle "prime" sulle Alpi Centrali della Val Masino (Torrione Fiorelli per la parete nord, Picco Luigi Amedeo per lo spigolo sud-ovest, Torrione di Zocca per lo spigolo est), oltre alla scalata del Monte Bianco per il canalone nord del Colle del Peuterey e al Pizzo Palù per la parete nord lungo la via Feult-Dobiasch, percorsa in condizioni quasi invernali.
Nel 1954 consegue il brevetto di guida alpina.

Nello stesso anno è il più giovane partecipante (23 anni) alla spedizione italiana capitanata da Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla cima del K2. Fu il principale artefice della conquista della vetta. Si sobbarcò infatti il compito più duro ai fini dell'impresa. Il giorno prima che Lacedelli e Compagnoni raggiungessero la vetta, Walter Bonatti scese dall'ottavo campo verso il settimo, per recuperare i trespoli di ossigeno lasciati lì la sera prima da altri compagni. Con questo carico sulle spalle, insieme all'hunza Mahdi, risalì fino all'ottavo campo e di lì, dopo un brevissima pausa ristoratrice, fino al nono campo che nel frattempo era stato allestito da Compagnoni e Lacedelli.

Costoro però, invece di allestire il campo dove era stato previsto la sera prima di comune accordo con Bonatti, lo fissarono circa 150 metri di dislivello più su, rendendo a Bonatti e Mahdi impossibile individuarli e raggiungerli col buio della notte. Nonostante tutto, i due riuscirono ad arrivare nei pressi del nono campo poco prima del tramonto, ma vennero abbandonati lì dai compagni Compagnoni e Lacedelli che invece di indicar loro la strada per la loro tenda si limitarono a suggerire da lontano di lasciare l'ossigeno e tornare indietro; cosa impossibile visto il buio che incombeva e l'enorme sforzo che già avevano sostenuto i due dalle prime ore del giorno. Bonatti e Mahdi si ritrovano così soli a dover affrontare una notte nella zona della morte con temperature stimate pari a -50° C, senza tenda, sacco a pelo o altro mezzo per potersi riparare. “Quella notte io dovevo morire” commenterà nei suoi scritti Walter Bonatti ripercorrendo la notte del 30 luglio 1954. Mahdi riporterà gravissime amputazioni per congelamento alle mani e ai piedi.

Bonatti rimase talmente deluso dall'atteggiamento dei suoi compagni che da allora predilesse imprese prevalentemente in solitaria. Altra delusione per l'uomo Bonatti venne dall'atteggiamento del capo spedizione, Ardito Desio, che si rifiutò sempre di andare in fondo all'accaduto dando solo la sua come unica verità circa la cronaca dell'impresa (tutti gli alpinisti della spedizione erano vincolati da un accordo che impediva loro di rilasciare qualsiasi dichiarazione per i successivi due anni). Per Bonatti vi era inoltre l'effettiva difficoltà di esprimersi e si dovette attendere la pubblicazione del suo libro "Le mie montagne" nel 1961 per conoscere la sua versione dei fatti e le impressioni che quella terribile prova aveva lasciato in lui.

A far luce sull'accaduto contribuì anche la vicenda legale scaturita da un articolo diffamatorio nel 1964 sulla Nuova Gazzetta del Popolo (vinta da Bonatti contro il giornalista Nino Giglio) e poi, nel 1994, la scoperta da parte del dottor Robert Marshall (di Melbourne) della prima foto scattata in vetta al K2 (e mai pubblicata in Italia fino ad allora) e pubblicata sull'annuario svizzero "Berge der Welt" del 1955 (che mostra che le maschere dell'ossigeno erano state utilizzate fino in vetta e l'ossigeno non era finito a quota 8.400 come sostenevano le versioni ufficiali ).

Sempre del 1994 è poi la dichiarazione di Lino Lacedelli, intervistato da Roberto Mantovani per La rivista della Montagna (organo del CAI), su dove fosse stato piazzato il nono campo e perché: "Io volevo fermarmi prima, più in basso. Però Compagnoni non ne volle sapere" e aggiunge che quella di spostarsi più su della quota concordata con Bonatti "non fu una decisione saggia". Bonatti non ha mai chiesto gloria per sé o maggior considerazione per ciò che aveva fatto nella spedizione al K2, ma solo che fosse pubblicata tutta la verità su quella notte, anche perché la spedizione fu finanziata con soldi pubblici e pertanto agli italiani andava fornita la verità sull'impresa.

Si dovette attendere il 2004 perché il Club Alpino Italiano, a seguito delle risultanze della propria Commissione d'Inchiesta, facesse autocritica e riconoscesse ufficialmente la versione di Bonatti come l'unica vera e attendibile relativamente alla vicenda del K2. Ma la relazione conclusiva, che era stata richiesta nel 2004 a "tre saggi" (lo scrittore Fosco Maraini e i docenti universitari Alberto Monticone e Luigi Zanzi, incaricati dal CAI nel 2004 di analizzare in chiave storico-critica la relazione realizzata nel 1954 da Ardito Desio), trovò all'interno del CAI ancora una certa resistenza alla riscrittura di quelle pagine lontane.

Pertanto il documento conclusivo, che dava ragione a Bonatti sia su grandi questioni che su particolari apparentemente insignificanti ma in effetti indicativi su chi avesse detto la verità, restò per volere del presidente Annibale Salsa in un cassetto, in attesa che si calmassero le acque. Morto Ardito Desio nel 2001, restava solo la figlia di quest'ultimo a opporsi fieramente a una revisione. Finalmente nel 2007, il CAI prende la decisione di pubblicare i risultati del lavoro di quel comitato di "tre saggi", ormai lontano dai clamori delle polemiche. Così, a suggello della vicenda, nel mese di aprile 2008 è stata convalidata dal Club Alpino Italiano la versione di Bonatti, con la pubblicazione del libro K2. Una storia finita dello scrittore Fosco Maraini, con la collaborazione dei docenti universitari Alberto Monticone e Luigi Zanzi. Con l'introduzione a cura del presidente generale del CAI, Annibale Salsa e i contribuiti di Zanzi, Camanni e Roberto Mantovani viene così data pubblica informazione delle risultanze del lavoro dei "tre saggi" del CAI che quindi diventa l'unica versione ufficiale della spedizione e conclude l'intera vicenda a 54 anni di distanza.

E dopo il Club Alpino Italiano, anche la Società Geografica Italiana mette la parola fine alla vicenda risalente al 1954 e chiarisce il ruolo di Bonatti nel raggiungimento della vetta. L'incontro organizzato nel dicembre 2008 a Villa Celimontana, Roma, sede storica della Società - di cui lo stesso capospedizione Ardito Desio fu socio tra i più autorevoli per quasi ottant'anni e fu insignito della medaglia d'oro proprio per la spedizione al K2 - volto a riscrivere il capitolo definitivo di tale storia, riunisce Annibale Salsa (presidente del CAI), Franco Salvatori (presidente della Società Geografica Italiana), Claudio Smiraglia (presidente del Comitato Glaciologico Italiano, già allievo di Ardito Desio), Agostino Da Polenza (organizzatore della spedizione al K2 del cinquantenario) e Roberto Mantovani (storico della montagna). Giunge così la validazione della tesi di Bonatti anche dalla Società Geografica Italiana, con grande onestà intellettuale, tradizionalmente l'ambiente che era stato più vicino a Desio.

Walter Bonatti, che da allora si batte per vedere riconosciuti i propri meriti, contattato dalla Società Geografica Italiana che gli annuncia l'intenzione di prendere atto della revisione, si dice soddisfatto. Ci sono voluti un capitolo del suo primo libro e ben cinque altri pamphlet, usciti tra il 1985 e il 2004. Così scrive alla Società Geografica Italiana, ringraziando: "A cinquantatrè anni dalla conquista del K2, sono state finalmente ripudiate le falsità e le scorrettezze contenute nei punti cruciali della versione ufficiale del capospedizione prof. Ardito Desio. Si è così ristabilita, in tutta la sua totalità, la vera storia dell'accaduto in quell'impresa nei giorni della vittoria... Si è (...) dato completa verità e dovuta dignità al grande successo italiano, una affermazione che ha saputo risvegliare, dopo gli anni bui, il vanto e l'orgoglio di tutti noi."

Nel 2004 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferì a Walter Bonatti il titolo di Cavaliere di Gran Croce. Recatosi alla cerimonia di premiazione il 21 dicembre 2004, Bonatti scoprì in quell'occasione di essere stato premiato unitamente ad Achille Compagnoni. Offeso per il fatto di essere stato accomunato a Compagnoni, del quale aveva una pessima opinione a seguito delle polemiche sulle vicende del K2, Walter Bonatti, con lettera al Segretario Generale della Presidenza della Repubblica del 25 dicembre 2004, restituì l'onorificenza.

Nel 1955, a metà agosto, dopo due tentativi frustrati dal cattivo tempo, in sei giorni scala in solitaria il pilastro sud-ovest del Petit Dru, nel gruppo del Bianco, restando in parete per sei giorni: è un'impresa che segna una tappa indimenticabile nella storia dell'alpinismo. Dopo cinque giorni di arrampicata su verticalità assolute e con rinvii aleatori, Bonatti si trova di fronte a una parete insormontabile. Non c'è possibilità di traversare a destra o a sinistra in quanto la roccia è troppo liscia e non è possibile nemmeno ritirarsi in doppia, a causa della tipologia della parete appena superata. Qui si rivela fondamentale la genialità di Bonatti, che collega tutti i cordini e il materiale da roccia che ancora gli resta a formare un grappino da lanciare alla fine di un lunghissimo pendolo. Lo tenterà almeno una decina di volte e alla fine riesce a uscire dalla situazione di stallo e a raggiungere la vetta. Nello stesso anno entra a far parte delle guide di Courmayeur.

Nel dicembre del 1956 con Silvano Gheser tenta l'ascensione invernale della Poire. Durante l'avvicinamento incontrano altri due alpinisti (Jean Vincendon e François Henry) che hanno in programma lo Sperone della Brenva, una via di tutto rispetto solo di poco discosta dal loro itinerario. L'ascensione di entrambe le cordate inizia alle 4 del mattino di Natale, orario ideale per l'itinerario di Vincendon e Henry, ma già troppo tardi per quello che dovrebbero percorrere Bonatti e Gheser. Infatti, dopo qualche ora di sole le condizioni del ghiaccio peggiorano e la cordata di Bonatti è costretta a discendere sulla Brenva e a seguire la cordata di Vincendon. L'arrampicata prosegue senza problemi con le due cordate che si tengono in contatto vocale, su due vie diverse ma parallele. Alle h. 16, raggiunta la parte finale dell'ascesa, la cordata di Bonatti è più avanti di circa 100 m. Ma nel frattempo nessuno si è accorto dei segni premonitori di un cambiamento di tempo che sta giungendo dal versante opposto: col sopraggiungere del buio, un'ora più tardi, si scatena una tempesta di una violenza inaudita.

Ne scaturisce un bivacco di 18 ore di durata a quota 4.100 m, durante il quale le due cordate non riusciranno più a tenersi in contatto. Bonatti, superata indenne la notte (invece Gheser incomincia a soffrire di congelamento a un piede), la mattina del 26 dicembre, in un momento di calma del vento, raggiunge in pochi minuti l'altra cordata poco più sotto e concorda di fare cordata comune per coprire insieme, perdurando le pessime condizioni atmosferiche, gli ultimi 200 m che mancano alla vetta e poi, giunti al Colle della Brenva, decidere che itinerario seguire verso la salvezza.
Delle due alternative possibili (scendere direttamente verso Chamonix lungo i pendii del Grande e del Piccolo Plateau resi ormai pericolosamente instabili dalla neve appena caduta, oppure raggiungere la cima del Monte Bianco e poi, attraverso la via normale, cercare rifugio presso il locale invernale dell'Osservatorio Vallot) Bonatti sceglierà la seconda soluzione. La più sicura, ma anche la più dolorosa, in quanto richiede agli alpinisti, ormai stanchi e provati, di riprendere il cammino in salita per altri 500 m di quota in una terribile tormenta. La cordata di Vincendon inizialmente lo segue. Bonatti avanza con la sua cordata il più velocemente possibile, in quanto si rende necessario consentire a Gheser, ormai colpito da gravi congelamenti (avrà alcune dita di entrambi i piedi e di una mano amputate), di ricevere cure urgenti. Arrivano alla Vallot con il sopraggiungere della notte. La cordata di Vincendon ha nel frattempo rinunciato, per sfinimento: a 200 m dalla vetta del Monte Bianco è ritornata sui suoi passi, optando per l'altra alternativa (raggiungere direttamente Chamonix).

Ma la notte li obbliga a bivaccare in un crepaccio a 4.600 m. Bonatti li chiamerà inutilmente nella tempesta senza ricevere risposta. La storia verrà poi conosciuta come l'"affare Vincendon e Henry". Dopo cinque giorni di freddo e sfinimento, i componenti di quest'ultima cordata muoiono nell'attesa che le squadre di soccorso, bloccate però dal maltempo, li prelevino (ancora vivi li raggiungerà un elicottero che però cadrà sul ghiacciaio).

Nel 1957 si stabilisce a Courmayeur. Dopo un lungo periodo di convalescenza resosi necessario per i postumi dell'ultima ascensione, Bonatti si rivolge all'ultima grande parete vergine del massiccio del Monte Bianco: la parete nord del Grand Pilier d'Angle. Vi aprirà ben tre vie che la percorrono interamente.

Nel gennaio del 1958 si reca in Patagonia (Argentina), per partecipare a una spedizione che venne organizzata dall'italo-argentino Folco Doro Altan nella regione della cordigliera glaciale Hielo Continental, con l'intenzione di aprire una nuova via sul fianco est del Cerro Torre (3.128 m). Come compagno di scalata vuole con sé il lecchese Carlo Mauri. In totale saranno quindi 6 andinisti e 2 alpinisti. Per evitare la competizione generata dall'inattesa e contemporanea presenza di una spedizione trentina, oltre che venendo meno i finanziamenti promessi da varie istituzioni a causa degli atteggiamenti polemici assunti dagli organizzatori italo-argentini di entrambe le parti, il gruppo di cui faceva parte Bonatti decide di spostarsi sullo Hielo Continental, per attaccare il Cerro Torre dal lato ovest. Ne segue un difficoltoso spostamento non solo per l'inclemenza del tempo, ma anche in quanto, per mancanza di soldi, solo in parte poterono usufruire di trasporto animale.

Solo il 2 febbraio, con l'arrivo del bel tempo, tentano la scalata, partendo in quattro: Bonatti e Mauri compongono il team che tenterà la vetta, Folco Doro e René Eggmann che hanno il compito di aspettarli, installando un campo avanzato. Ma devono desistere quando ormai mancano solo alcune centinaia di metri dalla cima, data la mancanza dell'attrezzatura minima necessaria (hanno ormai esaurito corde e chiodi) che sono riusciti a portarsi appresso a causa dello spostamento di versante. Nel corso della stessa spedizione il 4 febbraio scalano il Cerro Mariano Moreno in due cordate (Bonatti con Doro, Mauri con Eggermann), vetta ancora inviolata che nelle mappe del tempo figurava come una zona bianca con scritto "inexplorado". Per giungere in vetta e ridiscendere al secondo campo sono costretti a una marcia ininterrotta di 30 ore e oltre 70 km tra ghiacciai e pareti, vincendo una gara contro il tempo, la cattiva sorte e l'esaurimento dei viveri. Il 7 febbraio, con Mauri, è poi la volta del Cerro Adela, battendo sul filo di lana i trentini Cesare Maestri ed Egger, che incontreranno durante la discesa, i quali - avendo rinunciato fin dall'inizio al Cerro Torre (ma questo Bonatti non lo sapeva!) - stanno cercando di scalare per primi il Cerro Nato e il Cerro Adela. Sempre nella stessa giornata la cordata di Bonatti effettua il concatenamento di Cerro Doblado, Cerro Grande e Cerro Luca (quest'ultimo era una vetta ancora inviolata, del gruppo del Cerro Grande, che battezzano in omaggio al figlio di Mauri, nato da poco).

Sempre nel 1958 Bonatti partecipa alla spedizione nella regione himalayana del Karakorum diretta da Riccardo Cassin. Assieme con Carlo Mauri il 6 agosto raggiunge la vetta del Gasherbrum IV (7.980 m), in perfetto stile alpino (senza servirsi di bombole d'ossigeno), tracciando un itinerario di grande difficoltà. Nonostante il successo, si deteriora sempre più il rapporto di Bonatti col CAI, di cui Bonatti critica il funzionamento e la legittimità dell'organizzazione, che riscontra essere troppo burocratica e sterile.

Nel 1959 si susseguono numerose le sue scalate sia in Italia che in Francia. È di questo periodo la prima al Pilastro Rosso di Brouillard con l'amico Oggioni. Apre varie vie al Petit Mont Gruetta e sulla parete nord-ovest della Grivola. Ritorna sulla parete sud del Mont Maudit e termina l'anno con la prima ascensione della Major al Monte Bianco, in solitaria.

Nel maggio del 1961 si sposta nelle Ande peruviane, sulla Cordigliera Huayhuash, dove completa la prima ascensione al Nevado Rondoy Norte con Oggioni.

Sempre nello stesso anno, con Oggioni e Gallieni effettua un tentativo di scalata del Pilone Centrale del Freney, una cima fino ad allora inviolata, facente parte del gruppo del Monte Bianco, sul versante sud. Lungo il percorso, al Bivacco della Fourche, incontra la cordata francese guidata da Pierre Mazeaud (comprendente anche Pierre Kohlmann, Robert Guillaume e Antoine Vieille) e le due cordate decidono di unirsi ed effettuare insieme l'ambizioso tentativo. Ma una violenta tormenta di neve, che continuerà per più di un'intera settimana, blocca le due cordate a soli 100 m dalla cima del Pilone (Kohlman fu anche colpito da un fulmine e rimase completamente sordo), impossibilitati per tre giorni sia a salire che a scendere. Infine decidono di tentare la discesa, ma solo tre di loro (Bonatti, Gallieni e Mazeaud) riusciranno a giungere vivi a valle. Gli altri quattro moriranno per lo sfinimento nei giorni successivi, mentre nella neve fresca si aprono la via verso la salvezza. Vieille morirà ai Rochers Gruber; Guillame cadrà in un crepaccio del Ghiacciaio del Freney; al Canalino dell'Innominata sarà la volta di Oggioni, bloccato da un nodo delle corde ghiacciate sull'ultima parete di ghiaccio, a meno di un'ora dalla salvezza; Kohlman, che nonostante il fulmine era sopravvissuto con metà volto ustionato, morirà nella notte a soli 10 minuti dalla Capanna Gamba (poche decine di metri sopra all'odierno Rifugio Monzino), dove inopinatamente dormivano le squadre di soccorso.

Nel 1963, al 12° tentativo, in compagnia di Cosimo Zappelli scala l'impressionante parete nord delle Grandes Jorasses in invernale, percorrendo la Punta Whymper. Si tratta di un itinerario estremamente difficile (valutato da loro in ED) che verrà ripetuto solo dopo ben 12 anni da un'altra cordata (ripetizione di Béghin-Fargeas nell'inverno 1976, che rivedranno al rialzo la valutazione: ED superiore!).

Nel 1965, chiude la propria carriera alpinistica con un'altra impresa straordinaria, aprendo una via nuova in solitaria invernale sulla mitica parete nord del Cervino, sommando così in un'unica scalata almeno tre diversi exploit.

Dopo l'impresa del Cervino, che gli vale la Medaglia d'oro della Presidenza della Repubblica, a soli 35 anni, Bonatti si ritira dall'alpinismo estremo.

Successivamente decide di trasferire il suo alpinismo estremo dalla verticalità delle pareti alle distese del mondo orizzontale, alla ricerca di una propria ragione d'essere, di un modo di vivere a misura d'uomo. Il confronto leale con la natura rimane perciò elemento imprescindibile dal quale ripartire per i viaggi d'esplorazione in tutte le terre del pianeta, portando a conoscenza di molti, durante la lunga collaborazione con il settimanale Epoca (durerà fino al 1979), ciò che pochissimi potevano vivere. La sua filosofia nell'affrontare un viaggio sarà sempre: storia, paesaggio naturale e avventura personale devono divenire un'unica cosa, devono fondersi così da vivere nella natura esperienze per ogni uomo uniche.

Nel 1967 Bonatti giunge sull'Alto Orinoco ed entra in contatto con la popolazione indigena degli waikas Yanoami.

Con due spedizioni (1967 e 1978) andrà alla ricerca delle sorgenti del Rio delle Amazzoni.

Nel 1969 visita le Marchesi, dove ripercorre nella giungla il viaggio-fuga di Melville (dai più ritenuto una semplice invenzione a fini novellistici), quando era scappato dall'imbarco della baleniera dove prestava servizio, ed era poi stato prigioniero dei cannibali. Ritrova i luoghi precisi narrati da Melville e comprova la veridicità di tale storia.

Nel 1970 è a Capo Horn, sempre in solitaria.

Nel 1971 è in Australia, dove esplora il "centro rosso" e le sponde orientali del Lago Eire, nel Deserto Simpson. Nello stesso anno esplora per 500 chilometri i fiordi della Patagonia. Parte dalla Penisola di Taitao per arrivare fino alla Laguna di San Rafael, alla testata del ghiacciaio. Sempre nel 1971, col suo compagno Folco Doro Altan con cui ha già scalato le vette patagoniche nel 1958, naviga lungo l'intero corso del fiume Santa Cruz dal Lago Viedma fino all'Atlantico, con l'intento di ricordare la prima esplorazione del geografo Francisco Moreno avvenuta nel 1877, seguita a quella nel 1834 del giovane Charles Darwin che aveva dovuto rinunciare all'impresa dopo ventun giorni per le difficoltà incontrate nel risalire con le scialuppe del Beagle l'impetuosa corrente.

Nel 1972 è in Zaire e in Congo, sul vulcano Nyiragongo e tra i pigmei. Nel 1973 Bonatti decide di ripercorrere un celebre itinerario fluviale nelle regioni dell'Amazzonia venezuelana, quello compiuto tra il 1799 e il 1804 dal barone Alexander von Humboldt, descritto nei trenta volumi del “Viaggio nelle regioni equinoziali del Nuovo Continente”. L'avventura durerà due mesi e si snoderà lungo i corsi d'acqua Adabapo, Casiquiare, Padamo ed il grande Orinoco, a bordo di diverse imbarcazioni in uso nella zona. Le impressioni che ne ricaverà Bonatti sono sorprendentemente simili a quelle di Humboldt che nel suo diario di 174 anni prima scriveva.

Nel 1974 è in Nuova Guinea tra i Dani. Nel 1975 è sulle Terre Alte della Guayana. Nel 1976 è in Antartide, dove esplora le Valli Secche. Nel 1978 torna in Sudamerica, alla ricerca delle sorgenti del Rio delle Amazzoni. Trovandole dimostra l'errore di una precedente spedizione che ha cementato una targa commemorativa che segnala le sorgenti in un luogo sbagliato.

Nel 1986, con due compagni, ritorna in Patagonia sullo Hielo Continental, con l'intento di compiere una spedizione in completa autosufficienza, procurandosi il cibo lungo il percorso e senza utilizzare mezzi di trasporto. Ma le difficoltà si fanno insuperabili risultando impossibile procurarsi il cibo senza contravvenire ai divieti di caccia imposti dalle autorità (non potendo vivere di pesca perché tutte le acque della Patagonia sono oligotrofiche, cioè prive di qualsiasi forma di vita). I tre componenti del gruppo sono costretti a rinunciare a proseguire con il loro proposito originario e la spedizione assumerà per forza di cose caratteristiche alpinistiche, impegnandosi nella salita ad una vetta inviolata, alla quale verrà conferito il nome di Punta Giorgio Casari, in ricordo di un amico scomparso.

È solamente dopo la revisione finale del CAI pubblicata nel 2008 a chiarimento della vicenda del K2 - con la convalida della versione di Bonatti - che Bonatti accetterà di partecipare a trasmissioni televisive (la prima, dopo cinquant'anni di esilio, è stata Che tempo che fa, su RAI3 il 17 gennaio 2009). In passato si era sempre limitato a conferenze relative alle sue imprese e viaggi, avendo sempre cura di evitare commenti sulle vicende del K2, a cui dedicava invece ampi spazi nei prorpi libri, considerandole troppo lunghe e complesse da poter essere esaurite nel breve spazio di un'intervista.

Al contempo venuto meno l'ostracismo nei confronti di Bonatti messo in atto dalle testate e dal mondo italiano della montagna,iniziano a giungere - riscoperto dal grande pubblico con decenni di ritardo - premi a riconoscimento della sua attività.

Attualmente Bonatti vive a Dubino (prov. di SO) in Valtellina, con la compagna Rossana Podestà, alternandosi con la residenza della coppia a strapiombo sul mare presso l'Argentario.