Giovanni Angelini

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Biografia Giovanni Angelini

Giovanni Angelini è nato a Udine nel 1905. La famiglia paterna era del Friuli orientale, presso il vecchio confine di Stato; il padre era primario medico dell’Ospedale di Udine. La famiglia materna era della Val di Zoldo (Belluno); dalla fine del 1700 il ceppo era di scultori in legno; la madre modellava in creta, aveva studiato all'Accademia di Venezia e aiutava il nonno, che dalla povertà si era fatto casa e bottega a Venezia sul Canal Grande.
Ha fatto gli studi classici a Udine, quelli universitari (dopo la morte del padre nel 1922) a Padova, dove si è laureato in medicina nel 1928. Eccetto i periodi di servizio militare (7° Reggimento alpini 1929-30; Ospedale da campo per indigeni in Etiopia 1935-37) e, nei primi anni, supplenze estive di medici condotti, ha sempre fatto una lunga preparazione universitaria (Padova, Istituto di Istologia ed Embriologia generale; Istituto di Patologia speciale medica e Metodologia clinica; Amburgo, Institut für Schiffs- und Tropenkrankheiten) fino al 1948. Dal 1937 è stato incaricato dell'insegnamento di Clinica delle malattie tropicali e subtropicali nell'Università di Padova.Nel 1948 è passato alla carriera ospedaliera: primario medico all'Ospedale di Trento, successivamente a quello di Verona (1954) e a quello di Belluno (1958).

Alla fine del servizio (1975) primario medico emerito dell'Ospedale di Belluno.E’ socio corrispondente dell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti (1959). Gli è stata conferita la cittadinanza onoraria del Comune di Forno di Zoldo (1948) e di quello di Zoldo Alto (1980).
Ha ricevuto il premio S. Martino della Città di Belluno (1975). Vicino alla casa avita (Astragal di Zoldo), sulla quale è scritto "Bello è il paese ove si nasce", era sorta al posto del tabià la casa materna (1906): dove la famiglia, finché è stato possibile, ha passato i mesi estivi. Il legame con la Val di Zoldo è nato, cresciuto e decorso con la vita stessa.A parte gli studi, Giovanni Angelini si è sviluppato come un montanaro, ha imparato ad andare in montagna dai pastori e dai cacciatori. In famiglia vi era una certa tradizione alpinistica: la madre, poco dopo la costruzione del Rifugio Venezia ai piedi del Pelmo (1892), cioè sui 24 anni, sfuggì alla sorveglianza paterna e andò sul Pelmo con la guida di Zoldo Alto Angelo Panciera, detto "el Mago", e con un'attrezzatura primordiale: la salita le aveva lasciato una profonda impressione.L'alpinismo vero e proprio cominciò dopo la morte del padre (1922) e durante gli studi universitari. Fu iniziato per l'amicizia del fratello Valentino, egli pure studente di medicina e poi medico pediatra, con un compagno di scuola e amico di famiglia, bellunese, Silvio Sperti, che apparteneva ad una famiglia di tradizioni alpinistiche e la cui madre era cortinese. Dal 1923 furono soci della Sezione di Cortina d'Ampezzo del CAI. Conoscevano l'uso della corda e, dai libretti di tecnica S.U.C.A.I., l'esistenza dei chiodi da roccia; uno o due anni dopo, possedevano qualche chiodo, di costruzione artigianale, che recuperavano; per l'impianto impiegarono a lungo un comune martello. Le scarpe da arrampicata furono i comuni scarpét, allacciati; un problema non trascurabile era il trasporto o il recupero delle scarpe da fer, intensamente ferrate come si usavano allora.A quel tempo non si disponeva di fonti d'informazione sui monti della Val di Zoldo, che fossero valide: era diffusa qualche notizia elementare sulle principali cime, ma si trattava di notizie oltremodo scarse.

Fu buona fortuna che un colto alpinista della generazione precedente s'interessasse a tale attività che assumeva nella valle un carattere esplorativo: era Antonio Berti, allora primario medico dell'Ospedale di Vicenza, il quale raccoglieva informazioni per compilare una nuova guida alpinistica delle Dolomiti Orientali. Con il Berti, in quelle stagioni estive si stabilì per alcuni gruppi montuosi una vera collaborazione, che durò fino al 1928, data di pubblicazione della fondamentale opera Le Dolomiti Orientali. durò poi sempre.Ci si valeva di una tecnica istintiva, affinata dal grande esercizio e che raggiunse a quel tempi gradi elevati; la conoscenza del territorio ovviamente fu approfondita; la resistenza fisica consentì grandi disagi. Nel 1931 Giovanni Angelini è stato ammesso al gruppo veneto del Club Alpino Accademico Italiano; ma ha esercitato sempre un alpinismo tradizionale esplorativo, con assoluta predilezione per i monti che circondano la Val di Zoldo: le salite fatte su altri gruppi dolomitici (Tre Scarperi, Cadini di Misurina, Cridola) sono rimaste episodi dispersi.Nella Val di Zoldo invece si è svolta per intero un'attività alpinistica e attentamente descrittiva, che ha condotto alla compilazione di guide alpinistiche ("Salite in Moiazza"; "Civetta - Moiazza" in collaborazione con Vincenzo Dal Bianco; varie monografie, tra cui la sintetica guida CAI-TCI "Pelmo e Dolomiti di Zoldo" in collaborazione con Pietro Sommavilla, 1983).Ma un compito preminente è quello rivolto alla storia alpina della valle (La difesa della Valle di Zoldo nel 1848; Invito alla storia della montagna; Contributi alla storia dei monti di Zoldo; Per il centenario della salita di John Ball sul Pelmo; notizie di alpinisti e guide operanti nel secolo scorso; Cesare Tomé e le sue salite (ricerche confluite nell'opera poderosa "Civetta per le vie del passato", Nuovi Sentieri, 1977 e successivamente in "Pelmo d'altri tempi", N.S., 1987, vere enciclopedie dell'alpinismo); Civetta per le vie del passato, ecc.).

Inoltre ricordi di alcune attività lavorative dominanti in passato nella valle (fusine e carbonaie), di qualche periodo rovinoso (Rovine in montagna).Infine vi è la parte propriamente storica della valle, sviluppata soprattutto negli ultimi decenni con l'inoltrarsi dell'età e con il ritorno della vita di montagna a quella dei sentieri. Sono ricerche varie sull'isolamento della Val di Zoldo (Le mura di Soffranco), su La peste del 1629-1631 in Zoldo, sulle condizioni demografiche nel passato, in particolare sulle origini medioevali delle controversie del lungo confine fra Cadore e Zoldo (Belluno) che caratterizzano la profonda penetrazione cadorina nel territorio geograficamente zoldano. Le ricerche storiche, che vengono pubblicate con periodicità sul "Archivio Storico di Belluno Feltre e Cadore", confluiscono nella sintesi "La Pieve di S. Floriano in Zoldo", Belluno 1987 nel cinquantesimo anniversario della Pieve stessa. Seguono "Centenario del monumento ad Andrea Brustolon", in collaborazione con Ester Cason Angelini, e "Prime opere di Valentino Panciera Besarel"(bisnonno per parte materna), quale preambolo all'opera "Gli scultori in legno Panciera Besarel di Zoldo".