Il Libro Dei Vent'anni

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Il Libro Dei Vent'anni

Silvia Avallone

Anno: 2007

Trama: Libro dei vent'anni, già. Chi è che a vent’anni non abbia provato, almeno una volta, a scarabocchiare dei versi sul proprio quaderno o su un tovagliolo di carta, semmai su suggerimento dell'insegnante o di qualche genitore appassionato di lettere? Ma il titolo naif, detto così, trae in inganno. La prima raccolta di Silvia Avallone è un'opera solo apparentemente precoce, che affronta la letteratura da una prospettiva tutt’altro che ingenua, una prospettiva che contribuisce a sfatare i miti rimbaudiani e anticonformistici di tanta produzione giovanile. Infatti la poesia di questa ragazza è più matura di quanto non si possa pensare, soprattutto perché riesce a contenere gli eccessi e le smanie adolescenziali senza però smarrire la vitalità e la freschezza che ci si aspetterebbe dai versi di una ventenne. In fondo gli scenari poetici in cui si muove Silvia, più che luoghi di richiamo letterario, rappresentano il vissuto di tanti altri giovani. Bar, treni, aerei, università ecc. E muovendo da questa ordinarietà, il libro si rende facilmente familiare al lettore, prestando il fianco a svariate e collaudate letture: zona di attraversamento di una conradiana linea d'ombra, diario del viaggio da un'età a quella successiva, costruzione in itinere di una nuova grammatica emotiva. Ma il dato che sembra emergere con assoluta certezza è che l'opera non costituisce una cesura netta tra due stagioni della vita, rappresentando più giustamente il momento di una metaformosi, spesso raccontata attraverso il linguaggio della fiaba e del mito. D'altronde, già nelle liriche che compongono le prime sezioni, è possibile rinvenire un abbandono malinconico ma non traumatico del sogno dell'infanzia ed un'entrata graduale, in punta di piedi, nel mondo degli adulti (forse gli occhi nuovi de L'inizio). Il passaggio è mediato senza particoli scosse dalla luce del ricordo, dal battesimo nominale(Ratin) o dalla celebrazione entusiastica della vita(La vita stravince su tutto). L'ingresso in un altro tempo, la vigilia del mondo che arriva, ovviamente non è esente da conseguenze, comportando il congedo di sé, di una parte di sé, irrimediabilmente legata al passato e ormai incapace di esprimersi autonomamente nella dimensione presente (non è morta, non è partita, non può tornare). Eppure, nonostante il peso di questa perdita, l'impatto con i grandi interrogativi che l'età adulta finisce per imporre non comporta mai una spinta centripeta verso una solipsistica singolarità(il poco senso di essere una), bensì avvia sempre un'azione positiva di confronto, innesca continuamente un movimento di apertura dell'io verso gli altri e verso l'Altro(e che tutti i misteri siano notti brillanti…). In particolare, gli incontri con le persone nelle quali l'autrice si imbatte quotidianamente si fanno ricerca di un senso individuale e collettivo, momento privilegiato in cui scoprire autenticamente se stessi (mi scopro nel nome in cui mi chiamate). Questo incontro non si riduce mai ad una contiguità puramente mentale, trasformandosi altresì in un'occasione di contatto fisico, corporale (non è sufficiente una parola, un discorso ma il corpo oppure lasciamo raccontare la terra e la città delle nostre ossa). In fondo, come ci ricorda Nietzsche, il corpo ha le sue ragioni. Lo sa bene ancor più una ventenne che fa dei propri sensi, prima che del linguaggio verbale, uno degli strumenti fondamentali con cui esperire il mondo. I versi di questa poetessa, lungi dal ridursi a semplice scrittura letteraria, pulsano così come un concentrato di sensazioni fisiche ed emotive da condividere con gli altri, ponendosi ad argine di quelle derive interiori, di quello spleen a cui sembrano abbandonarsi con tanta disinvoltura le penne di molti apprendisti poeti (ma il mondo non mi ha dato quest'affermazione di gioia per graffiare le sue pareti e inchiodarmi le mani al male). In Silvia Avallone invece la giovinezza esplode vitalisticamente in tutta la sua forza, come un universo proiettato nel futuro in cui tutto può avverarsi, un andare insieme che non s'accontenta di una misura in cui racchiudersi, ma che pretende una ricerca incessante, un divenire continuo, un viaggio in cui pronunciare un noi. Quest'apertura verso l'esterno, se da un lato rappresenta un movimento costitutivo della propria identità storica e sociale, dall'altro lato diventa l'occasione di confronto con l'Altro, l'escursione solitaria e silenziosa nel mistero insondabile della vita: L'aldilà non ha una porta ma un muro, sotto quest'aspetto, è la sezione più interessante della raccolta. L'autoaffermazione di sé e il dialogo col tu, su cui s'impernia la poetica classica del Novecento, vengono a mancare per la prima volta cedendo sotto il peso dei grandi interrogativi inevasi. L'aldilà diventa infatti un luogo poetico in cui cessa ogni voce, il cronotopo dove il soggetto arretra in uno spazio originario, preverbale (questo muro non ci risponde, il mare non ci risponde), suggestivamente popolato da personalità archetipiche, come la Mamma, una figura che perde i connotati biografici per personificarsi in una sorta di Grande Madre intenta a rieducare la mente alla conoscenza del mondo. Così, introiettata questa esperienza aurorale, Silvia si rende definitivamente consapevole delle sue origini, può rileggere alla luce del presente l'esperienza della sua infanzia come in qui la vita è perfetta e può finalmente portare a compimento il passaggio dall'età dei nomi e del mito, quello dell'infanzia, all'età delle cose, quello dell'età adulta. La sua poesia diventa in questo modo un linguaggio fondativo con cui inaugurare il nuovo rapporto tra sé e il mondo. Il tutto attraverso uno stile originale orientato ad alcuni modelli letterari più o meno recenti (Pasolini, Montale, Rondoni, Anedda, Rosselli), in cui le sollecitazioni della metaforicità ermetica o le tentazioni avanguardiste degli ultimi decenni vengono neutralizzate a vantaggio di un dettato poetico vagamente improntato alla distensione del racconto in versi o alla rievocazione fiabesca. Perché, in fondo, di fiaba e di verità si nutre la raccolta dell'Avallone, dell'intervallo sconvolgente ed affascinante che separa l'isola sospesa di marzapane dal mondo svestito di parole.


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